QUANDO MAI? Tra quotidiano e ovvio

Vignetta della Domenica di Cristo Re dell'universo. anno A

SOLENNITA’ DI Cristo RE anno A

Quando mai

Non avete mai sentito l’esclamazione “quando mai” o per noi bergamaschi “ma quando mai”, è una tipica esclamazione che ha in sé molte varianti, può essere usata come affermazione perentoria tipo:

  • “quando mai” è accaduta una cosa simile? Sottintende, mi stai dicendo una fesseria che non sta in cielo né in terra.

O può essere usata come una affermazione retorica.

  • “ma quando mai” sono stato goloso di questa cosa? Il che significa che ne vado matto.

O può significare perfino, una forma di scusante come:

  • “quando mai io faccio quelle cose? Non e ho mai viste in vita mai!”, il che significa sicuramente che hai appena fatto la cosa che hai negato.

Quando mai, è una frase ambigua, di suo, ha in sé qualcosa di non conosciuto, sembra a metà dell’umiltà pelosa di chi vuole lasciar correre, ma nello stesso tempo vuole essere esaltato.

  • Ma sei stato tu a fare quella cosa bellissima “no, ma quando mai sono capace di fare quello”

Perfino sembra dire, che c’è uno stupore nell’aver compiuto quella azione che non ci siamo neppure troppo resi conto. Bene, credo di aver fatto abbastanza esempi per aver confuso bene, quando, come è perché questa frase si usa.

Alla fine…

Confusi come lo erano i personaggi della parabola, separati dal Signore in 2 luoghi distinti, lui non ha mezze misure come noi, e questo ci spaventa e ci confonde… già il Signore divide le pecore dalle capre, ponendo le une alla destra e le altre alla sinistra. Si, il Signore divide perché arrivati alla fine c’è sempre un giudizio.

La fine, di un anno liturgico per aprire la settimana prossima l’avvento e il cammino per il Natale. Questo Vangelo però non è alla fine del Vangelo vero e proprio, il Vangelo di Matteo si concluderà al capitolo 28, si pone all’inizio della fine, l’ultimo discorso pubblico prima di iniziare il cammino della passione, morte e resurrezione. È sempre nel finale che si pronunciano parole migliori; nei film, come nei libri sono le scene finali quelle che ti rimangono impresse nel cuore, che ti insegnano qualcosa, quelle per il quale tutto il film è stato girato o il libro scritto. Gesù alla fine ci consegna le cose essenziali, ci dice, con questa ottica guardate come finisce la mia vita, io Re dell’universo vi indico che mi troverete in tutti i piccoli della terra se avrete cura di loro, e così da Re finisce in croce per ricordarci che la sua vita è un esempio per tutti noi.

Gesti semplici

Ed è strano che come ultime parole il Signore, non faccia nessun proclama, non chieda azioni grandiose, non inneggi a grandi gesta che tutti noi ci aspetteremmo, è pur sempre la festa di Cristo Re, e non ho mai visto né sentito nella storia un Re che per sé non chieda grandi cose. Il nostro Re ci chiede di imitarlo nella vita nelle piccole cose, nei gesti ovvi della vita quotidiana, in gesti semplici come dare da mangiare, dare da bere, vestire chi è nudo… non chiede grandi cose, (sarebbe stato tutto più semplice?) ci indica il come vivere la vita ordinaria.

La domanda potrebbe essere, quanto amore ci metto nelle cose ovvie della vita? Si perché le azioni che il Signore ci ricorda nel Vangelo, sono delle azioni che a tutti noi vengono spontanee, non semplici alcune, ma che ci verrebbero spontanee. Forse le reputiamo distanti da noi, quando mai ne trovo uno da vestire a Gandino? Forse a Gandino no, ma come guardo le altre persone che sono vicine a me? Se ho gli occhi chiusi, nella mia vita come potrò vedere l’altro che ha bisogno?

Quando mai…

Allora si, quando mai? È una questione di sguardo ed una questione di abitudine. Di abitudine se nella mia vita ordinaria io vivo con lo stile del Signore, Fate agli altri quelli che io ho fatto a voi, fate agli altri quello che vorreste sia fatto a voi, tutto quello che avete fatto ad un fratello o sorella più piccolo lo avete fatto a me. Se da una parte diventa ovvio perché ho assunto questo atteggiamento nel cuore, attenti perché c’è nel Vangelo chi ha il cuore talmente duro, che nella vita non si è nemmeno accorto dei più bisognosi che attraversavano la sua strada o che stavano sotto la sua porta. La misericordia che Dio insegna, la cura, l’attenzione è un profondo movimento del cuore che è bello assumere nella vita.

Purificare lo sguardo

Ecco che allora posso purificare lo sguardo! Quando guarda l’altro lo posso vedere solo con i miei occhi per un mio tornaconto o con gli occhi di Dio che guarda l’altro per l’altro per il suo bene. Quanto sarebbe bello avere tutti un po’ più questo sguardo, uno sguardo che si prende cura gli uni degli altri, che sa vedere le fragilità degli altri e le sa curare, che gioisce con chi gioisce e soffre con chi soffre. Perché avere misericordia alla fine è portare su di sé un po’ di miseria dell’altro, occhi che sanno riconoscere l’altro che soffre e portare con lui un po’ di dolore e dare un po’ di gioia!

In questo momento il Signore ci chiede di convertire il nostro sguardo, per ritrovare lo sguardo di senso, lo sguardo che guarda all’essenziale della vita, lo sguardo che più che avere occhi solo per le cose grandi, sa come il Signore avere occhi per i più piccoli. Non solo ci sta dicendo di avere cura e rispetto dell’altro, ma di saper riconoscere il Signore nell’altro più piccolo.

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